Emoticon su WhatsApp come prova nei processi: quando la privacy è un limite

Le emoticon su WhatsApp, così come i messaggi scritti e vocali, possono essere considerate prove nei procedimenti legali. Tuttavia, l’uso di prove provenienti dai social media incontra spesso un ostacolo legato alla privacy degli utenti. Un’importante ordinanza della Cassazione, depositata il 20 febbraio, ha messo in luce questo aspetto, dichiarando che non può essere utilizzato come prova in un procedimento di separazione uno screenshot acquisito illegalmente dal cellulare di un coniuge. In questo caso, l’immagine fotografava conversazioni WhatsApp che dimostravano un’infedeltà. La Cassazione ha precisato che sebbene gli screenshot possano essere una prova concreta, la loro acquisizione illecita limita la loro utilizzabilità, soprattutto in ambito civile. Al contrario, in ambito penale, dove la prova può essere utilizzata liberamente dal magistrato, le regole sono meno rigide.
Il Tribunale di Foggia, nella sentenza n. 1092/2022, ha stabilito che anche le emoticon, come ad esempio i cuoricini inviati a un amante, possano essere motivo di addebito della separazione. Gli screenshot, insieme a testimonianze, sono stati considerati validi per determinare l’inizio di una relazione extraconiugale durante il matrimonio.
Nel diritto civile, il Tribunale di Napoli, con la sentenza n. 522 dell’8 febbraio 2025, ha stabilito che una semplice approvazione su una chat WhatsApp da parte del genitore collocatario è sufficiente per ottenere il rimborso delle spese straordinarie sostenute per i figli.
Anche il Tribunale di Milano, con la sentenza n. 823/25, ha confermato che i messaggi WhatsApp, inclusi quelli vocali, o le email, possono costituire prova di un accordo tra creditore e debitore senza la necessità di strumenti formali come PEC o firma digitale.
Infine, un altro importante riscontro proviene da una sentenza pubblicata il 29 dicembre 2024 dalla seconda sezione civile del Tribunale di Torre Annunziata, che ha stabilito che un messaggio vocale su WhatsApp può annullare un decreto ingiuntivo. La corte ha chiarito che, così come le chat scritte, anche i messaggi vocali inviati tramite l’app di messaggistica possono essere considerati prove legali in un procedimento civile, se chiaramente esprimono la volontà di una parte di recedere da un impegno contrattuale.