Bullismo

Con bullismo (in lingua inglese bullying) si indica una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, tanto di natura fisica che psicologica, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone percepite come più deboli dal soggetto che perpetra uno o più atti in questione.

Il bullismo come fenomeno sociale e deviante è oggetto di studio tra gli esperti delle scienze sociali, della psicologia giuridica, clinica, dell’età evolutiva e di altre discipline affini. Il termine viene usato per descrivere il fenomeno soprattutto in ambito scolastico, sebbene non esista una definizione univoca per gli studiosi. Qualora tali atti siano perpetrati via internet si parla di cyberbullismo.

Il termine “bullo” non ha sempre avuto un’accezione negativa nella lingua italiana e in Italia. In particolare nel dialetto romano, nel periodo storico della seconda metà dell’800, il termine “bullo”, spesso seguito dall’aggettivo “de Roma” o “de Trastevere”, ha una sua collocazione ben precisa e definita indicando quei popolani, spesso animati dal desiderio di affermazione personale, che capeggiavano un rione. Nella Roma papalina e negli anni immediatamente successivi, il bullo usava il suo ascendente sul rione in modo disinteressato, non riscuoteva tangenti ma cercava solo un narcisistico modo per mettere in mostra il proprio esibizionismo e la propria forza. Si pensi alla figura di Romeo Ottaviani, “er Più de li Più”, a “er Carcina” o ai bulli della letteratura romana come, ad esempio Meo Patacca o Rugantino. Un bullo teneva in alta considerazione il suo nome ed il suo onore, che non doveva essere sporcato da nessuna azione disonorevole. Il bullo romano perciò non era considerato un prepotente, ma un coraggioso tanto che il termine “bullo” risuona nel termine dialettale “bulo” presente in molti dialetti dell’Italia centrale. In questo senso si vedano vari esempi letterari di Jacaccio (Maggio Romanesco di C. Peresio) e Meo Patacca (Meo Patacca di G. Berneri).